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Frammenti

Oct. 29th, 2009 | 11:09 pm
Current music: Radiohead: Fake plastic trees

La sensazione che qualcosa di irreparabile stia per accadere getta in un'ansia che è un'inedita manifestazione di vecchi fantasmi.

Il pensiero è solo un disturbo della personalità. Un sentimento represso o inespresso è sintomo di devianza?

L'abuso di Radiohead, se fatto in uno stato di confusione esistenziale, nuoce gravemente alla salute psicologica.

Il pesce non sa che cosa sia l'acqua: quando lo scopre, è il momento che precede la sua fine.

Il passato mancato e il futuro agognato sono bagagli pesanti da trasportare, il loro peso sfonda le valigie del mio presente. Bisogna alleggerire.

Novembre è il mese dei morti. Verso la fine del mese c'è il mio compleanno. Qualcosa in me deve morire se voglio vivere.

Adda passà a nuttata.

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Una lettera abortita

Sep. 11th, 2009 | 12:25 am
Current music: A Toys Orchestra: Panic attack #1

Cara,

non ti capita mai di ritrovarti a mezzanotte, e ti senti completamente solo, demotivato, angosciato, e vorresti chiamare qualcuno, non per forza per dirglielo, anche solo per scambiare due parole sul nulla, a dire cazzate, per allontanare i fantasmi? E tutto senza un reale motivo, senza che siano successe cose drammatiche, senza che vi siano reali casini, reali problemi irrisolvibili; solo, le gioie di base ti sembrano così dannatamente difficili da avere, e ti chiedi che cosa ti manca, cammini per la strada e vedi la maggior parte della gente felice, persone a braccetto, persone che si scambiano baci, persone che parlano tra loro con animazione, persone che sorridono, e tu passi la maggior parte delle tue giornate da solo a casa. E cammini silenzioso spiando talvolta dentro le finestre di gente normale, che magari avranno anche le loro preoccupazioni, ma a cui magari non è mai venuto in mente di dover guardare dentro le case altrui per sorprendere che cosa sia la normalità.

E' come se fossi mutilato socialmente, sentimentalmente, come se avessi un handicap in partenza, che ti porti dietro da chissà quanto tempo. Ti distrai un po' entrando in un cinema, poi ne esci, fai una camminata verso casa, pensi ai modi per uscirne e sai già che il fatto stesso di pensarci non è proprio un buon modo per uscirne. Se tutto fosse più naturale.

Poi pensi ai tuoi anni, sei giovane ma ti senti vecchio, ti senti dentro la parua che il futuro non ti riserverà più sorprese, e del resto anche il passato ne è stato avaro. Potresti mollare tutto, partire, vagabondare? Ne avresti il coraggio? Probabilmente no; e poi a che pro portare altrove questa angoscia?

Sempre le stesse domande, sono sempre le stesse sensazioni, che ciclicamente tornano.
E mentre ti scrivo, mi rendo persino conto che è inutile mandarti questa lettera. Avrai già il tuo caos. Non te la manderò, e non saprò mai se è un atto mancato di coraggio, oppure la cosa giusta da fare, risparmiare i piagnistei, mandare tutto giù, lottare da solo contro i miei mostri, e poi mettere ordine, cercare di andare a letto, cancellare tutto con qualche sogno magari porno, poi risvegliarsi per scoprire se sono ancora lì, farsi coraggio e vedere cosa succede.

Un abbraccio
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Flightless birds never will come back, will they?

Apr. 28th, 2009 | 01:31 am
Current location: Paris
Current music: Iron And Wine: Flightless bird, american mouth

26/04
Allora. Dostoevskij e Woody Allen, santi protettori dei casi umani e dei labirinti cerebrali, sarebbero fieri di me, o di quanto potrebbero trarre da me per le loro storie. C'è qualcosa che però anche a loro sfugge: Allan Felix alla fine, sebbeno spinto da Bogart, il bacio lo dà; Raskolnikov, invece, uccide la vecchia, che sarà pure un atto commendabile, ma è pur sempre passare dalla teoria all'atto, dalla sega mentale al tentativo reale. Io no. E tuttavia c'è una sorta di ambiguità, come tra la tristezza e la felicità, dove la felicità è per quel poco che c'è stato, quella scintilla che ti scalda e ti ricorda che sei vivo; la tristezza, invece, è per quello che non c'è stato, per la consapevolezza (o auto-convinzione) che nulla avrebbe potuto esserci, e la certezza che quel viso non mi sarà più attorno (nemmeno vicino: solo attorno).
A cosa serve che la scintilla si accenda se da quel fuoco mi lascio bruciare dentro?

Questo incendio me lo sono cercato stavolta e l'ho l'ho lasciato sfogare con indulgenza, con compiacenza. Dopo due anni mi ritrovo a immaginare poesie, cercando rime in idiomi stranieri, ma stavolta non c'è possibilità di scriverle, certo non di recapitarle.
Le cose in comune stavolta erano davvero 4850, e gli occhi da orientale raccontavano emozioni. C'è una cosa però che non è mai in comune, una cosa che mi blocca sempre alla partenza, lasciandomi immobile.
Hai voglia poi a immaginare una poesia su uccelli di inchiostro che non possono volare, quando la tua verità è diversa, sono quelle fottute ali da gigante che ti impediscono di camminare, o forse solo semplicemente i piedi per terra, e qualcosa di indefinito ma pesante sulla testa, che ti impedisce sia di camminare, sia di volare, e anche di essere solo inchiostro sulla pelle.

28/04
E adesso che cazzo succede? La pioggia del mese più crudele ha spento l'incendio forse, o forse le ceneri devono ancora raffreddarsi del tutto. Non riesco né a gestire né a liberarmi delle mie emozioni, né a capirne la portata. Il flusso mi trascina con sé senza farmi capire.
Love, and death. Passare da quell'ovale un poco pallido, e quelle labbra grandi che erano un'oasi rossa in piena luna, a un sentimento più forte, e contrario, che ti stringe lo stomaco e ti ritrova un dolore salato negli occhi. Fuori dalla chiesa, e poi dopo, al cimitero dove avrei dovuto andare il giorno prima, con lei, a portare in giro allegro stupore, mi sono visto rigare il solco delle guancie da maltrattenute lacrime. La sofferenza di un amico è contagiosa, come l'allegria. 
Ma perché l'amore non può essere empatico come il dolore?

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Retrospettivo (Primo Gennaio con la Bestia)

Apr. 13th, 2009 | 12:31 pm

Recupero uno scritto dellla notte tra il 31 Dicembre e il Primo Gennaio. Forse non dovrei (è il tipo di scritto che sarebbe meglio nascondere o gettare), ma in fondo anche questo sono io. Sincerità.

1/1/09

La Bestia è tornata, appena prima dello scoccare della mezzanotte. E' tornata, in modo eclatante come suo solito, col suo solito modo di farmi fare. E così adesso, primo gennaio da meno di un'ora, mi ritrovo da solo, al freddo, a scrivere. L'ho sempre deto che il 2009 sarebbe stato l'anno della scrittura, l'unica passione che mi resta da sempre. Il 2008 lo iniziai a Bucarest, tra bugie profumate di sogno (dissi che di mestiere ero scrittore) e pensieri suicidi. Il 2009 lo comincio con la Bestia, dopo aver abbandonato il mio appartamento, aver lasciato tutti quegli estranei a casa mia, per restare solo con Lei, per farla sfogare, per sentirmi paranoicamente, per una volta, al centro dell'attenzione, un'attenzione cosmica, universale, di Natura, che fa di me una vittima, La vittima, l'amante della Bestia. Autoesclusione volontaria e furtiva, non sarà così in fondo che agisco sempre? E non sono un poeta pazzo, non sono un Dino Campana girovago perduto né un altero Nietzsche. Non sono niente. Sono l'impiegato del Cappotto. Sono l'esasperazione dei testi degli Smiths.

E' l'euforia degli altri che mi dà fastidio? Sono così gretto da voler tutti al mio grado di anonimità? Cos'è: invidia, gelosia, misantropia, cattiveria? Perché sono così acido, così disperatamente privo di savoir-vivre in società?
Quando d'un colpo senti la totale estraneità di ciò che ti circonda, e sei solo uno straniero senza gioia; quando i racconti degli altri parlano di quello che non sei, non sarai, non sarai mai stato, e tutto è allegria senza senso; quando sai che è inutile far finta, che sei sempre solo, e che non cambierà mai. IN quel momento la Bestia viene e mi prende a braccetto, mi consola, mi fa sentire considerato: dal Mondo che ha scelto di escludermi.
L'anno inizia allora con una disperata conferma, mentre vago per le fredde strade del quartiere a spiare un po' di spensieratezza altrui, e questo non mi può riscaldare, il suo tepore non mi raggiunge, nemmeno mi sfiora. La Bestia mi ha convinto che solo Lei può stare con una persona brutta come me. La Bestia è ancora legata a me e non posso evitare i suoi ritorni. La Bestia si fa beffe dei miei sforzi e mi ricorda che niente è cambiato, e niente cambierà.

Ricordo capodanni passati, chiuso in stanza, lontano dall'allegria dei parenti, chiedendomi dove fossero i miei amici, e se ne avessi. Capodanni alla tastiera, a scrivere di un malessere che torna a torturarmi quando vuole. Ed ora che son più vecchio, ora che son più acido, maturato così in fretta da essere già quasi marcito: adesso cosa è cambiato? Son qui, sul Canal Saint Martin, a gelare, a vedere estranei danzare in un locale dietro di me così come altri estranei forse danzano a casa mia: e nessuno per levarmi questa pena di dosso, solo la Bestia con me.

E poi seguiranno le solite domande: cosa hai fatto, con chi eri, buon anno nuovo. Ogni anno la solita merda: omertà, illogiche fughe, e la Bestia che mi guarda dallo specchio.
Nemmeno una leggera illusione, un tepore sottile che dia l'impressione di qualcosa che in fondo non c'è: solo la consapevolezza terribile di questo destino assurdo mi perseguita e lo farà sempre.

L'anno nuovo inizia con la stanchezza e coi cattivi segnali. Con la penna in mano e 'o friddo n'cuollo. Sarà l'ultimo di questi merdosi anni Zero. Sarà un altro anno di merda. Poi, forse, arriverà il futuro.

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About trying to escape from a dead-end

Apr. 13th, 2009 | 12:08 pm

Ricominciare a scrivere, dopo mesi, come se fosse normale, come dopo un'astinenza, una delle tante, a cui ero meno abituato, come se ci fosse qualcosa di importante da raccontare, o qualcosa di nuovo, ripartire da quella schermata bianca e riempirla di punti neri, è necessario forse?
Le mie sensazioni, le mie impressioni, sono rimaste a mezz'aria, perdute in qualche sbronza, scordate in qualche letto improvvisato in cui mi sono rialzato vestito, le mie emozioni sono state soppresse dallo scorrere dei giorni, plurìtoni, in bilico tra tristezza cosciente e felicità inconsciente. Delle mie esperienze restano foto fluttuanti, ricordi che iniziano a cancellarsi, una frustrazione solita, temperata da corse impazzite verso una giovane gioia.

E poco o nulla resterà, solo un mucchio di polvere sulle nostre fotografie, su questi anni di vino e incontri, sulla nostra generazione babelica che costruisce la sua torre verso il cielo con le poche forze che ha a disposizione.
Per questo forse è necessario ricominciare. Perché non ha senso, ma lo puoi fissare, modellare, ricreare, condividerlo. Anche se a nessuno poi importa per davvero. Non puoi mettere tutto quello che hai vissuto dentro le parole, ma puoi dare una vita propria a quelle parole, e quelle parole sei tu, o almeno un'altra parte del tuo complicatissimo Io. Io che corro all'impazzata da un paese straniero all'altro con uno zaino sgarrupato e un biglietto da un euro, Io che bevo e strabevo e do sfogo alla mia rabbia amara contro un incolpevole amico, Io che rido e parlo in quattro lingue diverse con spagnoli messicani irlandesi inglesi americani canadesi francesi italiani, Io che ci provo o che non riesco nemmeno a provarci, Io con le mie valigie e qualche affare da spostare da una casa all'altra, Io che mi arrabbio e litigo con i miei capi, Io che non ho ancora capito cosa ci faccio qui, Io che continuo ad avere idee per romanzi e racconti e poi non scrivo una riga, Io che non credo in me stesso, Io che faccio l'arrogante, Io che mando musica per un programma radio, Io in cucina, Io che decido che non voglio più lavorare, Io che mi convinco di essere uscito da una canzone di Morrissey, Io che mi guardo allo specchio e non trovo più me stesso.

Dovrei recuperare i pezzi andati sparsi chissà dove, tutte quelle scritte a matita che sono scomparse su fuggevoli fogli in questo lungo periodo di vuoto, quelle cose che magari ho solo pensato di voler scrivere e poi non ho fatto, rimettere tutto insieme, e magari mescolare tutto, imbrogliare le carte, e capire se tutto ciò ha un senso, e quale. Riempire un foglio gigante di minuscola scrittura da adolescente, per trovarvi dentro quel vuoto che conosco già, avere la conferma di quella mancanza. O forse solo per avere qualcosa in cui specchiarmi, guardare dentro e trovarvi l'abisso più profondo e la superficie più piatta, allo stesso tempo. O, ancora, per avere qualcosa di cui essere timidamente fiero, da mostrare con un po' di vergogna, ma senza più nasconderlo, e dire al mondo che qualcosa, forse, lo so fare pure io, che esisto, anche se poi il mondo non ascolterà.

Difficile fermare tutto questo, un flusso di emozioni e concetti e ricordi che ritornano ed esplodono in ogni direzione, come da un vaso di Pandora spericolatamente scoperchiato, ben conoscendo il rischio. Ben sapendo che avevo sepolto tutto, di proposito oppure no?, forse solo per non rendermi conto di qualcosa, o fingere di non farlo. E ci sono tanti modi di barare, con te stesso, con la vita, con le parole, che poi è anche più facile. Tutti i nostri miti hanno barato; tutti i vostri dèi barano.

Non sono un bravo allievo. Accatasto i concetti senza ordine né logica, come in un collage. Vorrei potervi attaccare anche scontrini, biglietti, bottiglie. Ogni libro dovrebbe avere una bottiglia in allegato.
Nel crack di cui è stato recentemente protagonista il mio computer, ho perduto molti documenti, soprattutto di testo. Vecchi articoli di blog editi o mai pubblicati, la tesi, gli articoli pubblicati o non pubblicati ancora sulle riviste, un racconto compiuto e qualche larva di racconto, link, citazioni raccolte qua e là. Avevo un file di testo occupato interamente da una citazione di Coe, e l'ho perso. Ma la citazione l'avevo già pubblicata in questo blog, e posso finalmente ritrovarla, ricopiarla, ripetermela, facendomi del male e spronandomi allo stesso tempo; ci ho pensato molto in questo periodo, e finalmente posso rileggerla:
"Sarebbe da stupidi, non credi, passare una vita intera a desiderare qualcosa senza mai agire?"
"Sono sicura che capita"
"Sì. Ne sono sicuro anch'io".


E agire a volte è così fottutamente difficile. Proviamoci però.

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Napoli

Oct. 17th, 2008 | 12:44 am

Era un'estate di quelle dei primi anni '90. Io ero piccolo, non ricordo quanti anni avrò avuto. Mio nonno era ancora vivo. Avevamo affittato una casa di villeggiatura a Mondragone, insieme alla sorella di mio padre, suo marito, e appunto mio nonno. Mia madre era così giovane che leggeva Cioè, se qualcuno se lo ricorda ancora. Mi mandava nell'edicola di fronte a casa a comprare gli Harmony e giornali di enigmistica, che però erano soprattutto per me. Avevamo ancora Cucciolo, il cane maltese della mia infanzia, capace di sbafarsi in cinque secondi una coppetta di gelato alla cassata, lasciando intatti tutti i canditi. Sulle spiagge ci trovavi ancora videogiochi come Street Fighter, o imitazioni, le macchine a gettone con quelle gomme rotonde e coloratissime, e i jukebox.

La villeggiatura, in famiglia, era tradizionalmente fatta nel casertano. La nostra unica villeggiatura fu appunto a Mondragone; ma nelle estati precedenti, e quelle seguenti, spesso andavamo nei weekend a Castelvolturno, dalla zia di mio padre, che affittava un villino a due piani che a noi, bambini, sembrava gigantesco, con quei soffitti altissimi, le ragnatele giganti negli angoli, e i ragni di dimensioni conseguenti, la terrazza e il giardino dove correvamo facendo giochi che ora non ricordo nemmeno più. Mia zia affittava ogni anno l'ombrellone al Lido Scalzone, sempre lo stesso. L'acqua era sporca, e dopo pranzo dovevamo sempre aspettare le quattro prima di poterci rituffare. Ricordo giornate in bicicletta con mio cugino, io seduto dietro sul portapacchi, scorrazzando tra la spazzatura della città alla ricerca delle lattine di Coca-Cola con le bandiere delle squadre partecipanti ai mondiali. Ora ricordo anche l'anno: il 1994. Sulla spiaggia i jukebox trasmettevano Non amarmi, Zombie dei Cranberries, Quattro amici, quel pezzone disco-country tamarissimo qualcosa-Joe, e, per mezzo di una mia monetina, Gira la palla di Felice Caccamo.

Ho un vago ricordo anche di altri amici dei miei, che invece avevano la casa di villeggiatura a Baia Verde, o Baia Domizia, non ricordo bene. Non troppo lontano, insomma. Già allora la strada chiamata Domiziana aveva una certa reputazione, e ne sentivo parlare in modo quasi censorio; non dovevo sentirne troppo. Zona di prostituzione forse, roba troppo forte per le mie orecchie di bimbo. Era agosto, io facevo domande sulle stelle cadenti sperando di vederne una, per chissà mai cosa chiedere poi, non mi pare ci fosse già una ragazzina all'epoca nei miei pensieri. C'era il Napoli all televisione, in qualche torneo estivo, con la Juve o il Milan di mezzo. Forse già si parlava di trasferirci al nord.

Una sera, quando eravamo di villeggiatura a Mondragone, passammo accanto ad un uomo morto per strada, e la polizia attorno. Mia madre, come sempre in queste situazioni, penso mi disse di non guardare. Ricordo che il telelgiornale diede la notizia il giorno dopo, un po' di sfuggita, parlando di motociclista ucciso da una pallottola vagante. Ricordo benissimo l'espressione pallottola vagante, testualmente, per il gioco di parole subito natone pallottola vacante. Parlavo molto più napoletanizzato di adesso, e pensavo che "scamazzare" fosse parola italianissima. Alla televisione c'era Jocelyn al pomeriggio con un suo quiz con chiamate da casa, e la sera c'era Mai dire banzai, e Bellezze al bagno, o un titolo simile, con l'ex giocatore Schnellinger tra i conduttori. Alla radio passava Raf con quella canzone dal titolo lunghissimo (Siamo soli nell'immenso vuoto che c'è), e forse Leone di Lernia con non so più quale fesseria. Il mio mondo erano i giocattoli dei Masters, che avevo portato con me, i gelati, gli scivoli. Mio zio Franco dormiva con la bocca aperta, e la cosa mi faceva ridere; nell'autoradio ascoltava sempre canzoni italiane degli anni Sessanta (Il tuo bacio è come un rock, Legata ad un granello di sabbia, Ventiquattromila baci, Sapore di sale, Il cielo in una stanza). Ci lanciava anche sempre lontano, in mare, con quella che lu chiamava la bomba di Saddam Hussein; spesso ho rischiato di annegare in qualche fosso troppo profondo per me. Non ho mai imparato a nuotare. Mio zio invece si è arricchito facendo le pizze fritte.

Quando lasciammo Napoli, e la sua periferia, fu per motivi di lavoro e non lavoro. Mio padre, dopo il fallimento della azienda per cui lavorava, potè scegliere tra cassa integrazione o assorbimento nelle Poste Italiane, un posto da statale quindi, ma con trasferimento. Ricordo bene che lui parlava spesso di emigrare in Australia, quindi non ebbe problemi ad accettare il trasferimento al Nord. Bologna, prima, un periodo interminabile in cui lo vedevo solo nel weekend, un periodo in cui lui dormiva dai preti, negli hotel economici, o in macchina (l'Hotel Duna di un titolista del Resto del Carlino). Poi non so come finì a Piacenza, e fu lì che tutti ci trasferimmo. Presi quel trasferimento con tanto entusiasmo, sognando i nuovi amici che avrei avuto, smanioso di vedere cose nuove. Non ero ancora stato toccato dal morbo del leopardismo (venne subito dopo, al nord, o meglio forse con l'adolescenza). Non avevo ancora tredici anni.

Napoli l'ho rivista per eventi occasionali: Natale e Capodanno, l'anno dopo il nostro trasferimento. Poi solo matrimoni, o funerali. In tredici anni sarò andato lì quattro o cinque volte. Ormai è metà della mia vita che ho passato via da Napoli.
I luoghi delle mie villaggiature di bimbo, invece, non li ho più rivisti. Li leggo nelle cronache, associati a morti, a stragi, a una spirale di sangue e indifferenza per questo sangue.

Ripenso a Napoli spesso, in questo periodo. Quando leggo i giornali. Quando c'è qualcuno che mi parla di Gomorra (il film). Quando leggo che Saviano vuole emigrare. Quando qualcuno mi dice che ha trovato Gomorra "bruttissimo" mi infurio. Quei posti, quella gente, li ho intravisti da bambino.
Mio padre, poi, è di Secondigliano. Per andare a casa di mio nonno passavamo sempre davanti alle Vele. All'epoca però i figli smarriti del mio parentado potevano avere per lo più problemi di droga, o di microcriminalità, tipo contrabbando, o ricettazione di mobili per rivenderli al mercatino. Nessuno che io sappia ha mai impugnato una pistola. Mi chiedo se a crescere in quei quartieri oggi avrebbero potuto davvero evitarlo, oppure no. Che mentalità avrebbero avuto. E mi chiedo anche come sarei cresciuto io se fossimo rimasti a Napoli. Come sarebbero cresciuti i miei fratelli, che frequentavano normalmente la scuola a Ponticelli, mentre io ero mandato, nonostante non ce ne fossero nemmeno i mezzi, dalle suore in centro, e dormivo a casa di mia nonna. Mi chiedo come sarebbero cresciuti i miei genitori: quando emigrammo al nord mia madre per esempio aveva trentadue anni. Non era scontato che sarebbe diventata la quarantenne che è adesso. Sotto casa mia organizzavano corse clandestine di automobili, che vedevo correre dalla finestra, e il parco di fronte casa, poco dopo essere stato inaugurato divenne zona riservata dei drogati, e trovavi siringhe per terra molto più di quante ne abbia mai viste in seguito nella mia vita.

La prima volta che sono emigrato è stato a dieci anni. Sono emigrato dalla scuola elementare che frequentavo a Ponticelli a una scuola privata a Napoli che porta lo stesso nome di un carcere, Regina Coeli. Emigrai per colpa dei bulli e del mio carattere incline alla rabbia furibonda, e su consiglio dei maestri. Poi sono emigrato a Piacenza, con i miei. Recentemente mi sono trasferito a Parigi, che non è un emigrare piché è una scelta, ma è un altro allontanamento. Napoli è cambiata, e io non oso tornare a guardarla. Conservo il mio ricordo dei bassi accoglienti in cui abitavano vecchi che sembravano inchiodati alla stessa sedia da sempre, televisioni accese e odore di sugo cucinato con la nzogna proveniente dalla cucina. Ne conservo anche molti di negativi, ma tutto si relativizza. All'epoca mi sembrava normale che mia madre mi chiedesse di andarle a comprare le sigarette dal contrabbandiere giù alla via; avrò avuto nove, dieci anni. Andavo in quinta elementare e alcuni miei compagni di classe già avevano fumato una sigaretta, altri, ripetenti tredicenni, uscivano tranquillamente a comprarne appena finita la scuola. La mia altezza fu sempre oggetto di scherno e derisione e fonte di furti di zaino che poi veniva fatto volare dalle mani di un compagno a quelle di un altro, con io che saltavo pateticamente, in mezzo, senza poterlo mai raggiungere.

Arrivammo a Piacenza in un giorno di ottobre, pchi giorni prima di un Piacenza-Napoli 0-1 risolto da una punizione di André Cruz, che io vidi dalla curva del Galleana, da dietro la porta. A settembre mia madre mi iscrisse inizialmente in terza media nella classe della nostra sciagurata periferia. Penso di averle prese (spesso senza ragione) e date in quelle tre settimane più che nel resto della mia vita. Sopravvivenza. In classe mi guardavano come una specie di cosa divertente, secchione che non parla napoletano, che ha fatto la scuola dalle suore, piccolo e occhialuto e timido. Poi mi rispettarono quando dimostrai di conoscere tutti i calciatori delle serie A, e di saper colpire discretamente il pallone in rovesciata. Me ne facevano fare anche in classe, e io non mi tiravo indietro; il pallone in aria, davo il mio spettacolo acrobatico facendo rimbalzare il pallone contro i muri dell'aula. Salvo poi farmi prendere a calci nelle palle fuori dalla scuola, da perfetti sconosciuti, che si avvicinvano con un pretesto qualunque, mi sferravano il colpo, e poi fuggivano in motorino.

Non so perché mi torna in mente tutto questo. Sarà che di Castelvolturno, di Baia Domizia, di Napoli, di Gomorra, se ne parla tanto in questo periodo. Sarà che quando si parla di andarsene, da Napoli, dall'Italia, mi sento coinvolto, e non posso non capire. Poi vedo video come questo, e mi amareggio, e penso che ormai è un mondo troppo lontano da me, che posso solo ricordare per quel che di buono e per quel che di marcio ci ho visto e vissuto, o che ho intuito, e che resterà sempre lontanissimo. Non è più la Napoli di Maradona, di Pino Daniele quando ancora cantava il blues in napoletano, di Troisi, della prima elezione di Bassolino, di tante speranze poi deluse. Eppure adda passà 'a nuttata, anche per la mia povera Napoli.

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Salva come bozza : Gli sms della Nuit Blanche

Oct. 7th, 2008 | 01:41 am

La notte bianca, notte in bianco, ha visto svolgersi un copione talmente classico da essere ormai logoro: vino - esaltazione - vino - calma - vino - frustrazione finale.
Ovviamente se l'esaltazione si esprime con la danza o con assalti verbali a ipoteticissime prede, e la calma non si esprime proprio, la frustrazione, scoramento, depressione, mi costringono sempre a scrivere.
Alla fine della notte bianca, isolato in mezzo al gruppo, passo una decina di minuti al celulare. Riflessioni da concentrare nei 160 caratteri. Uno nota questa mia lunga pausa al cellulare e butta lì Ma stai scrivendo un romanzo?, e io E perché no?. Già, perché no? Magari chiamarlo "Depressione alcolica", o "L'ubriaco depresso".

Bozza #1 03:58
Solo tra gente che più o meno si diverte, solitario mentre tutti sono in gruppo. In preda alle mie usuali ossessioni e paranoie. Che si confermano sempre vere.

Bozza #2 04:01
Perché quando tutti si divertono in qualche modo io invece inizio a deprimermi? La notte aiuta i pensieri oscuri. La vita è tedio interminabile.

Bozza #3 04:03
La mia timidezza è vergognosa, colpevole quanto un peccato originale. Avevo fatto voto di autodistruzione prima dei 30 se nulla fosse cambiato. Nulla è cambiato

Bozza #4 04:05
Uccidere il vecchio sé pare impossibile. Continua a prosperare. Sostituirlo con qualcosa di meglio, così dura. Sempre il solito vuoto interiore e esteriore.

Bozza #5 04:09
Mi guardo attorno. Non agisco. Sempre un che di inespresso. Sempre le solite tare. Qualcosa mi mangia dentro. Non so scoprirlo, ucciderlo. E non so accettarlo.


La cosa strana, a pensarci, è che alle 4 del mattino il vino in corpo che stimola una depressione ancora tardo-adolescenziale, pensieri compresi, mi sono messo a fissare pensieri sull'unico supporto che in quel momento mi pareva utilizzabile, il cellulare. Ho adattato la forma dei miei pensieri allo spazio del messaggio di testo. E nonostante un minimo di ubriachezza, lo stile è sempre lo stesso, come se avessi ormai il pilota automatico. (In realtà questo dimostra che non ero davvero ubriaco: chi ha ricevuto email da me scritte da molto ubriaco, sa che lo stile inizia proprio a sfuggirmi di mano). Che poi anche scrivendo sms mi scappa di citare, più o meno apertamente, tanto Leopardi quanto Morrissey, questo fa quasi paura, onestamente.

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Pezzi : Capitolo VI (Domestica, Bratislava, sogni)

Sep. 26th, 2008 | 02:41 am

[6] - 25.09.08, da una email personale

Cara [..],
 
da Bratislava sono tornato e, incredibile ma vero, persino con qualche novità. Le novità sono fondamentalmente due: avrò più ore al lavoro, e cambio coinquiline [...].
Partiamo dalla seconda, tanto per beffarci dell'ordine: torno a casa, ascolto la segreteria telefonica e tra i messaggi c'è quello del mio proprietario che mi chiede spiegazioni: a quanto pare i vicini si sono lamentati per una serata di rumore, molto rumore, gente nel cortile alle 5 del mattino, e poi cose incomprensibili per il mio francese telefonico ma tra cui mi pare di aver compreso la parola "police", che credo non abbia bisogno di traduzioni. Al mattino dopo, parto al lavoro che loro dormono (rientrano abitudinariamente almeno alle 4 del mattino) e lascio loro un foglio con scritto : che il proprietario mi ha chiamato e che mi ha detto che i vicini si sono lamentati; che lo richiamerò in giornata per saperne di più; che non era affatto contento. Tra l'altro da sapere c'è che c'erano già stati problemi con i vicini (oltre che con me...), e che era la prima volta che capitava si lamentassero in otto mesi. E che avevo già fatto il discorso alle ragazze che la nostra coabitazione poteva anche fermarsi lì, e che loro mi avevano chiesto una seconda chance. Bene, torno a casa, e accanto al mio foglio trovo anche un quaderno con indirizzi e numeri di telefono segnati. Becco le ragazze, chiedo loro spiegazioni, e poi molto calmamente dico che è ora di fermarsi: la risposta è che stanno già cercando un altro appartamento. Il cartellino rosso se lo sono date da sole, insomma. E così finalmente le cambio, mi levo un peso.
 
Novità numero uno: passo da 21 a 33 ore. Praticamente un full time. A tempo pieno mi dedicherò a un lavoro inutile, intellettualmente privo di stimoli e di cui non me ne frega niente: ottimo risultato dei miei studi. Ma va bene così; per ora resto a Parigi, e continuo a chiedermi cosa fare della mia vita, aspettando che un giorno abbia una improvvisa illuminazione, e sai mai che i soldi che metto da parte lavorando mi possano aiutare a realizzarla anche l'illuminazione, quando si presenta.
 
[...] Quando viaggio io, invece, ho l'obbligo della calamita da portare poi alla mamma (in casa c'è tutta una collezione di calamite tutte attaccate magneticamente sulla caldaia). A Bratislava è stato abbastanza facile, ma non sempre è così. In Marocco l'ho trovata quasi per caso nell'ultimo negozio in cui sono entrato l'ultimo giorno esattamente poche ore prima di prendere l'aereo. In Romania, invece, non è usanza, a quanto pare; l'unica località in cui mi è capitata di trovarne una è stata Brasov, cittadina turistica di montagna nella Romania centrale, in pieni Carpazi, dove tra l'altro faceva un freddo cane (tipo meno quindici o giù di lì), e che pare sia una delle mete turistiche rumene più in voga (specie per gli sciisti). Allora vado al baracchino, piglio la calamita di Brasov (che ricorda un po' quando Aldo dice di chiamarsi Ayeye Brasorf in Tre uomini e una gamba) e tento di far notare al venditore la mia presenza, con calamita alla mano, e la mia intenzione di pagare. CInque minuti, e quello non mi caga. Allora me ne vado. Con la calamita, fatta passare agilmente in tasca. In pratica, in un periodo in cui tutti in Italia montavano la campagna mediatica anti-rumena, io italiano ho rubato una calamita in Romania, davanti alle mie amiche (una italiana e l'altra rumena), che ovviamente hanno riso a crepapelle del lampante paradosso.
 
Bratislava poi (Slovacchia, un po' più a est dell'Austria, tipo a un'oretta scarsa da Vienna), non l' ho nemmeno vista. Siamo stati tutto il tempo a mangiare e bere nei pub. Mangiatone di carne e piatti locali vari, e bevute di birra ceca e varie acquaviti locali (una alle pere, un'altra alle prugne, un'altra alla ciliegia, e l'altra francamente non l'ho capito - ma wikipedia dice da questi per me indecifrabili frutti). Insomma, eravamo sempre storditi a fine serata. Abbiam visto tanta tv slovacca, ceca e austriaca, non capendoci nulla in nessuno dei tre casi, e abbiamo persino fatto una serata film in cui abbiam visto prima una commedia ceca sottotiolata in inglese, molto divertente, e poi un film di Bud Spencer e Terence Hill, che a quanto pare in Europa centrale sono considerati dei veri miti (il tipo aveva almeno una decina di dvd loro, tra cui persino Io sto con gli ippopotami). Intanto a ogni nuova persona che incontravamo, l'amico con cui sono andato fin laggiù non poteva non raccontare la storia del mio match contro il buttafuori, che ormai è diventata una specie di leggenda. Va a finire che diventerò una specie di Andy Kaufman (se hai visto Man on the moon).
 
La mia attività onirica invece è più sviluppata che mai. Ho sognato un mucchio di cose: sogni porno, sogni strani (portavo mio fratello in giro per una Parigi che non era affatto Parigi, in bus, e poi l'autista spariva e mi mettevo io alla guida con una specie di joystick rotondo), sogni ancora più strani (una piovra gigante che abbatte il museo d'Orsay, e tutti che si rifugiano su delle specie di grosse rocce, mentre è in corso un gigantesco allagamento - non chiedermi che ci azzeccano questi scenari marini col museo...). Poi ho sognato anche di elaborare un soggetto per un film: ero lì con non ricordo chi, e all'improvviso mi veniva l'illuminazione di pensare a un road-movie in motocicletta, in giro per l'Europa, con citazioni e ammiccamenti da De André, De Gregori e Guccini: tipo, a un certo punto facciamo andare il protagonista a puttane a Genova in via del Campo.
Devo essere pazzo [...]

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Pezzi : Capitolo V (Casalingo, Dublino, marianz contro il buttafuori)

Sep. 26th, 2008 | 02:40 am

[5] - 16.09.08, da una email personale

[...]

Il mio agosto è stato, a conti fatti, abbastanza noioso. A parte la parentesi di qualche giorno solitario a Dublino, ho lavorato al museo, e fatto qualche uscita di tanto in tanto. A metà agosto le mie coinquiline (che già erano subentranti alle coinquiline originali) sono partite e ho dovuto cercare delle nuove coinquiline. Ho molto penato, ma alla fine ne ho trovate due; solo che ho decisamente sbagliato il tiro, e ora sono scontento di averle scelte. Sono due giovinastre ubriacone che vivono molto di notte e poco di giorno, che rientrano al mattino presto facendo un sacco di baldoria, portando gente a dormire a casa, e che hanno una sregolata vita sessuale con uomini e donne. Anche in casa mia, e anche quando tento di dormire. Adesso pare si siano calmate, ma alla minima cosa che non va mi sa che sbrocco e le caccio a calci nel sedere.
Il problema forse è che sto diventando vecchio, e mi inacidisco sempre di più. Non che io sia mai stato un filantropo. Ma forse questa solitudine troppo prolungata, e questa incertezza nella mia vita, iniziano a pesare. Qua non so cosa ci faccio esattamente. Continuo a lavoricchiare al museo, e nel tempo libero dormo, o lo perdo su internet. AVrei voglia di attivarmi un po', di fare qualcosa, di reagire, ma non mi viene. E allora mi chiedo se sono qua perché mi piace, o perché stavo fuggendo da qualcosa; e credo che la verità più probabile è che siano vere entrambe le cose.
 
Ho comprato e mi sono fatto portare un mucchio di libri, ma vedremo se riesco a leggerli. Fatto portare, perché ho avuto il piacere di ospitare qualche giorno mia madre e mio fratello. Li ho fatti camminare tanto, e li ho anche portati a mangiare indiano. Se vieni a novembre, porterò anche te a mangiare indiano, nel mio quartiere è una specie di obbligo, ci sono solo negozi e ristoranti indiani (in realtà srilankesi, però vabbè...). Stare qualche giorno con mia madre e mio faretllo mi ha rilassato, ma i due giorni immediatamente successivi ho mezzo sclerato con le mie coiquiline, ma mantenendo una calma olimpica ho fatto un discorso pacato pacato dove svelavo la mia intenzione di buttarle fuori. Ci siamo detti che una seconda possibilità va data a tutti e adesso vedremo come vanno le cose in questa seconda parte di mese.
 
Ogni tanto per rilassarmi cucino. Quasi solo primi piatti in realtà. Tagliatelle alla bolognese; sformato di riso al forno con sugo wurstel e piselli; penne al salmone; pasta e lenticchie; pasta al cavolo e curry al forno (non è venuta però benissimo in realtà...); sui secondi giusto della provola alla pizzaiola (provola ovviamente portata mia mamma). [...]
 
A Dublino, invece, ho speso un sacco di soldi in Guinness. A una certa ora non ti resta altro da fare che andare in giro per pub, dato che ce ne sono a centinaia. Ma vivissimi, un sacco di musica dal vivo, e anche se sono abbastanza turistici, la presenza autoctona c'è sempre, ed è calorosa. Ci sono state un paio di serate in cui ho semplicemente fatto il cretino con sconosciuti e sconosciute dentro i pub. Ci sono stati però anche momenti in cui mi ha assalito quel che di tristezza che dopo un po' di birre inizia a fare a botte con l'entusiasmo, e a volte vince. In generale però, direi, che è stato bello.
[...] Tra qualche giorno mi prendo ancora un 3-4 giorni di vacanza, stavolta vado a Bratislava. Ci vado con un amico, e stiamo da un suo amico, e il programma è piuttosto quello di fare festa... non so se magari ci scappa anche un salto a Vienna, che sta a un'ora di treno... ma stavolta non voglio prevedere niente.
 
Parigi inizia a essere autunnale. La sera viene più presto, e i vestiti si allungano e appesantiscono. Ha anche un suo fascino particolare in realtà, e così non l'avevo ancora vista. E' la prima volta in quattro anni che la vedo di settembre, alle porte dell'autunno. Chissà come sarà ad ottobre. Non che abbia più molto tempo di camminarla; mi sposto al lavoro, il mattino dormo molto, la notte sto sveglio fino a tardi. Ho persino smesso di scrivere da tanto tempo. Ogni volta mi dico che devo ricominciare, ma poi non lo faccio. Mi ci è voluto tempo persino per scrivere a te.
Ho in mente uno schema di romanzo fatto solo da email, tipo romanzo epistolare di nuova generazione. Sarebbe diviso in due parti, una chiamata Posta inviata, e l'altra Posta ricevuta. Il protagonista è un ragazzo di cui non si sa più nulla, scomparso, e di cui si riporta la registrazione della posta elettronica per capirci qualcosa di più.
 
Poi ci sono le serate in compagnia. Sono molto uscito con un mio amico toscano, ad agosto, ed ora lui è partito in vacanza per un mese (le scene migliori con lui: noi due che cantiamo Elio e le storie tese a squarciagola nella notte deserta parigina), ma è tornato un altro mio amico che invece è stato due mesi in Italia (lo stesso con cui andrò in Slovacchia), ed ora esco molto con lui. Qualche sera fa in un bar ho litigato con un buttafuori; nonostante il clima molto teso, a pensarci dopo è stata una scena non priva di un certo umorismo grottesco: io che platealmente rovescio una birra addosso a questo omone grosso il doppio di me, visibilmente incazzato, e che dopo vuole uccidermi. Due giorni dopo non mi volevano fare entrare nel bar di fronte, sempre per questa storia, e c'era il buttafuori del primo bar che chissà come mi aveva visto passare e riconosciuto nel buio (chissà quanto avrà sognato di menarmi) e si sbracciava facendo indicazione di non farmi entrare. Dopo un quarto d'ora e un concilio di buttafuori dei due bar (contro di me) e il proprietario del secondo bar, con i miei amici (che erano già dentro) usciti a capire cosa stesse succedendo e a calmarmi, alla fine mi han fatto entrare.

[...]

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Pezzi: Capitolo IV (Pensieri ubriachi, variazioni sul tema e digressioni)

Sep. 26th, 2008 | 02:38 am

[4] - 23.07.08, quaderno

Talmente tanto tempo che non scrivo... L'emozione di un nuovo quaderno, di centinaia di fogli bianchi da riempire, e l'alcol accumulato alle tre e passa di notte: questo ci voleva per farmi ricominciare? Sono sudato, per la troppa danza, e forse puzzo, chissà, non ho coscienza dei miei odori o non odori, come il protagonista del Profumo di Suskind potrei persino non avere odore mai, ma certo ho un fuoco dentro che non è solo quello etilico, è un fuoco che brucia tante cose insieme: tante voglie che insieme fanno legna alla stessa fiamma.
In questo periodo di silenzio tante cose, e nessuna, sono accadute. Nessun evento speciale, nessun incontro imprevisto, nessun fausto o infausto incidente ha radicalmente cambiato la mia vita. Resto allo stesso posto, con lo stesso lavoro, a dire le stesse frasi, con gli stessi dubbi, le stesse indecisioni. Un racconto per sommi capi di ciò che ero qualche mese fa non differirebbe poi troppo: anzi, in sostanza sarebbe lo stesso racconto, sempre la stessa storia immobile. Felicità a momenti e futuro incerto, ed è sempre così, sembra quasi una regola universale e sempre valida. La sceneggiatura non sembra cambiare, ma cambia la fotografia, i personaggi secondari, la scenografia sembra avere qualcosa di diverso nonostante l'apparente staticità. Soprattutto, ci sono nuove variazioni sul tema, e nuove digressioni.

Variazioni sul tema: cambiano le ragazze ma il risultato non cambia, come ci fosse la proprietà transitoria. Sulle relazioni umane e conoscenze di vario ordine e tipo, nessuna novità rilevante. La fatica interpersonale è sempre la stessa da 25 anni, e un superamento sembra così lontano. L'umore, poi, è sempre così variabile, dall'allegro ubriaco all'amarezza leopardiana tutte le tonalità sono possibili e raggingibili persino nel giro di pochi minuti. Solo con me stesso, come sempre, mi annoio, se non ho un libro da leggere magari, una ragazza per la quale mangiarmi il cervello, una musica da ballare scoordinato o da urlare fino a esaurire i polmoni. Insomma, sono sempre io, né più né meno, inutile sperare in qualcosa di diverso. Aspettando la cryptonite, non sono ancora Clark Kent che si trasforma in Superman; che poi vabbè, in questo caso era il contrario, si sa (cfr Kill Bill vol. 2), è Superman che veste i panni degradanti di Clark Kent. Quello che sia: sono sempre lontano da entrambi. Vivo la mia vita parigina in piena precarietà, senza alcun programma futuro, pur immaginandone tanti. Super-dottore, super-tramp, apprendista editore o apprendista stregone, cosa cambia poi, non c'è un ruolo per me nel cast dei vincenti, magari tra i beautiful losers, ammesso che ci si sia qualcosa di beautiful qua, nei miei giorni, nella mia vita così anonima.
La maggior digressione che invece ho programmato in questa vita così priva di trama sono stati in giorni in Marocco, apoteosi di quel fenomeno tutto contemporaneo chiamato turismo; di questi giorni dirò brevemente, e molto citando, in altra sede, in altro momento. Certo che queste re da turista non hanno cambiato nulla in me, nessuna esperienza di vita mi ha riconsegnato diverso, nuovo, al nostro vecchio (e da me tanto amato) Occidente. Troppo poco tempo, certo. E troppi tentativi di fottermi soldi. Ne esco più scettico di prima, neanche avessi preso in subaffitto la botte di Diogene. Ma il gusto del viaggio resta forte, e la voglia di spostarmi verso altri posti, questa insaziabile fame di nuovi luoghi da vedere, resta. Anche la più nouva digressione in fondo, rinvia a vecchi bisogni.

Il vecchio e il nuovo, alla fine, sono facce di una stessa medaglia falsa. Dove la falsità è inevitabile, è dentro le cose addirittura: passato e futuro sono così vicini tra di loro, il presente c'è ma cambia in ogni frangente, ed è subito superato, non esiste quasi che come passato, ed è dunque inutile. Forse sono solo pensieri sbronzi, ma vale la pena di farli, di metterli nero su bianco. Quanta istintiva gioia ogni volta che un pensiero fluisce, straripa magari, buono o cattivo che sia, e lo incalanaliamo entro gli argini di questi fogli bianchi. Scrivere è l'unica vera soddisfazione che il mondo può ancora darmi, dopo che la natura mi fece così come sono: psicologicamente, molto fragile.
Parlando di ciò che è passato, e talvolta resta come presente, il futuro sembra chiamarci per cercare una propria dignità, magari attraverso le quali possa persino condizionarci. Ho tanti futuri davanti a me. Infiniti, forse. Ce ne sarà uno che mi soddisfi? Forse il mio miglior futuro devo ancora costruirlo a partire da un presente migliore. Anno dopo anno, questo futuro migliore resta tale, per ora, e non diventa mai presente. Quasi mi converto anch'io a irrazionali credenze escatologiche.
Solo i sogni continuano a darmi soddisfazione, e nemmeno sempre...

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