| marianz ( @ 2008-10-17 00:44:00 |
Napoli
Era un'estate di quelle dei primi anni '90. Io ero piccolo, non ricordo quanti anni avrò avuto. Mio nonno era ancora vivo. Avevamo affittato una casa di villeggiatura a Mondragone, insieme alla sorella di mio padre, suo marito, e appunto mio nonno. Mia madre era così giovane che leggeva Cioè, se qualcuno se lo ricorda ancora. Mi mandava nell'edicola di fronte a casa a comprare gli Harmony e giornali di enigmistica, che però erano soprattutto per me. Avevamo ancora Cucciolo, il cane maltese della mia infanzia, capace di sbafarsi in cinque secondi una coppetta di gelato alla cassata, lasciando intatti tutti i canditi. Sulle spiagge ci trovavi ancora videogiochi come Street Fighter, o imitazioni, le macchine a gettone con quelle gomme rotonde e coloratissime, e i jukebox.
La villeggiatura, in famiglia, era tradizionalmente fatta nel casertano. La nostra unica villeggiatura fu appunto a Mondragone; ma nelle estati precedenti, e quelle seguenti, spesso andavamo nei weekend a Castelvolturno, dalla zia di mio padre, che affittava un villino a due piani che a noi, bambini, sembrava gigantesco, con quei soffitti altissimi, le ragnatele giganti negli angoli, e i ragni di dimensioni conseguenti, la terrazza e il giardino dove correvamo facendo giochi che ora non ricordo nemmeno più. Mia zia affittava ogni anno l'ombrellone al Lido Scalzone, sempre lo stesso. L'acqua era sporca, e dopo pranzo dovevamo sempre aspettare le quattro prima di poterci rituffare. Ricordo giornate in bicicletta con mio cugino, io seduto dietro sul portapacchi, scorrazzando tra la spazzatura della città alla ricerca delle lattine di Coca-Cola con le bandiere delle squadre partecipanti ai mondiali. Ora ricordo anche l'anno: il 1994. Sulla spiaggia i jukebox trasmettevano Non amarmi, Zombie dei Cranberries, Quattro amici, quel pezzone disco-country tamarissimo qualcosa-Joe, e, per mezzo di una mia monetina, Gira la palla di Felice Caccamo.
Ho un vago ricordo anche di altri amici dei miei, che invece avevano la casa di villeggiatura a Baia Verde, o Baia Domizia, non ricordo bene. Non troppo lontano, insomma. Già allora la strada chiamata Domiziana aveva una certa reputazione, e ne sentivo parlare in modo quasi censorio; non dovevo sentirne troppo. Zona di prostituzione forse, roba troppo forte per le mie orecchie di bimbo. Era agosto, io facevo domande sulle stelle cadenti sperando di vederne una, per chissà mai cosa chiedere poi, non mi pare ci fosse già una ragazzina all'epoca nei miei pensieri. C'era il Napoli all televisione, in qualche torneo estivo, con la Juve o il Milan di mezzo. Forse già si parlava di trasferirci al nord.
Una sera, quando eravamo di villeggiatura a Mondragone, passammo accanto ad un uomo morto per strada, e la polizia attorno. Mia madre, come sempre in queste situazioni, penso mi disse di non guardare. Ricordo che il telelgiornale diede la notizia il giorno dopo, un po' di sfuggita, parlando di motociclista ucciso da una pallottola vagante. Ricordo benissimo l'espressione pallottola vagante, testualmente, per il gioco di parole subito natone pallottola vacante. Parlavo molto più napoletanizzato di adesso, e pensavo che "scamazzare" fosse parola italianissima. Alla televisione c'era Jocelyn al pomeriggio con un suo quiz con chiamate da casa, e la sera c'era Mai dire banzai, e Bellezze al bagno, o un titolo simile, con l'ex giocatore Schnellinger tra i conduttori. Alla radio passava Raf con quella canzone dal titolo lunghissimo (Siamo soli nell'immenso vuoto che c'è), e forse Leone di Lernia con non so più quale fesseria. Il mio mondo erano i giocattoli dei Masters, che avevo portato con me, i gelati, gli scivoli. Mio zio Franco dormiva con la bocca aperta, e la cosa mi faceva ridere; nell'autoradio ascoltava sempre canzoni italiane degli anni Sessanta (Il tuo bacio è come un rock, Legata ad un granello di sabbia, Ventiquattromila baci, Sapore di sale, Il cielo in una stanza). Ci lanciava anche sempre lontano, in mare, con quella che lu chiamava la bomba di Saddam Hussein; spesso ho rischiato di annegare in qualche fosso troppo profondo per me. Non ho mai imparato a nuotare. Mio zio invece si è arricchito facendo le pizze fritte.
Quando lasciammo Napoli, e la sua periferia, fu per motivi di lavoro e non lavoro. Mio padre, dopo il fallimento della azienda per cui lavorava, potè scegliere tra cassa integrazione o assorbimento nelle Poste Italiane, un posto da statale quindi, ma con trasferimento. Ricordo bene che lui parlava spesso di emigrare in Australia, quindi non ebbe problemi ad accettare il trasferimento al Nord. Bologna, prima, un periodo interminabile in cui lo vedevo solo nel weekend, un periodo in cui lui dormiva dai preti, negli hotel economici, o in macchina (l'Hotel Duna di un titolista del Resto del Carlino). Poi non so come finì a Piacenza, e fu lì che tutti ci trasferimmo. Presi quel trasferimento con tanto entusiasmo, sognando i nuovi amici che avrei avuto, smanioso di vedere cose nuove. Non ero ancora stato toccato dal morbo del leopardismo (venne subito dopo, al nord, o meglio forse con l'adolescenza). Non avevo ancora tredici anni.
Napoli l'ho rivista per eventi occasionali: Natale e Capodanno, l'anno dopo il nostro trasferimento. Poi solo matrimoni, o funerali. In tredici anni sarò andato lì quattro o cinque volte. Ormai è metà della mia vita che ho passato via da Napoli.
I luoghi delle mie villaggiature di bimbo, invece, non li ho più rivisti. Li leggo nelle cronache, associati a morti, a stragi, a una spirale di sangue e indifferenza per questo sangue.
Ripenso a Napoli spesso, in questo periodo. Quando leggo i giornali. Quando c'è qualcuno che mi parla di Gomorra (il film). Quando leggo che Saviano vuole emigrare. Quando qualcuno mi dice che ha trovato Gomorra "bruttissimo" mi infurio. Quei posti, quella gente, li ho intravisti da bambino.
Mio padre, poi, è di Secondigliano. Per andare a casa di mio nonno passavamo sempre davanti alle Vele. All'epoca però i figli smarriti del mio parentado potevano avere per lo più problemi di droga, o di microcriminalità, tipo contrabbando, o ricettazione di mobili per rivenderli al mercatino. Nessuno che io sappia ha mai impugnato una pistola. Mi chiedo se a crescere in quei quartieri oggi avrebbero potuto davvero evitarlo, oppure no. Che mentalità avrebbero avuto. E mi chiedo anche come sarei cresciuto io se fossimo rimasti a Napoli. Come sarebbero cresciuti i miei fratelli, che frequentavano normalmente la scuola a Ponticelli, mentre io ero mandato, nonostante non ce ne fossero nemmeno i mezzi, dalle suore in centro, e dormivo a casa di mia nonna. Mi chiedo come sarebbero cresciuti i miei genitori: quando emigrammo al nord mia madre per esempio aveva trentadue anni. Non era scontato che sarebbe diventata la quarantenne che è adesso. Sotto casa mia organizzavano corse clandestine di automobili, che vedevo correre dalla finestra, e il parco di fronte casa, poco dopo essere stato inaugurato divenne zona riservata dei drogati, e trovavi siringhe per terra molto più di quante ne abbia mai viste in seguito nella mia vita.
La prima volta che sono emigrato è stato a dieci anni. Sono emigrato dalla scuola elementare che frequentavo a Ponticelli a una scuola privata a Napoli che porta lo stesso nome di un carcere, Regina Coeli. Emigrai per colpa dei bulli e del mio carattere incline alla rabbia furibonda, e su consiglio dei maestri. Poi sono emigrato a Piacenza, con i miei. Recentemente mi sono trasferito a Parigi, che non è un emigrare piché è una scelta, ma è un altro allontanamento. Napoli è cambiata, e io non oso tornare a guardarla. Conservo il mio ricordo dei bassi accoglienti in cui abitavano vecchi che sembravano inchiodati alla stessa sedia da sempre, televisioni accese e odore di sugo cucinato con la nzogna proveniente dalla cucina. Ne conservo anche molti di negativi, ma tutto si relativizza. All'epoca mi sembrava normale che mia madre mi chiedesse di andarle a comprare le sigarette dal contrabbandiere giù alla via; avrò avuto nove, dieci anni. Andavo in quinta elementare e alcuni miei compagni di classe già avevano fumato una sigaretta, altri, ripetenti tredicenni, uscivano tranquillamente a comprarne appena finita la scuola. La mia altezza fu sempre oggetto di scherno e derisione e fonte di furti di zaino che poi veniva fatto volare dalle mani di un compagno a quelle di un altro, con io che saltavo pateticamente, in mezzo, senza poterlo mai raggiungere.
Arrivammo a Piacenza in un giorno di ottobre, pchi giorni prima di un Piacenza-Napoli 0-1 risolto da una punizione di André Cruz, che io vidi dalla curva del Galleana, da dietro la porta. A settembre mia madre mi iscrisse inizialmente in terza media nella classe della nostra sciagurata periferia. Penso di averle prese (spesso senza ragione) e date in quelle tre settimane più che nel resto della mia vita. Sopravvivenza. In classe mi guardavano come una specie di cosa divertente, secchione che non parla napoletano, che ha fatto la scuola dalle suore, piccolo e occhialuto e timido. Poi mi rispettarono quando dimostrai di conoscere tutti i calciatori delle serie A, e di saper colpire discretamente il pallone in rovesciata. Me ne facevano fare anche in classe, e io non mi tiravo indietro; il pallone in aria, davo il mio spettacolo acrobatico facendo rimbalzare il pallone contro i muri dell'aula. Salvo poi farmi prendere a calci nelle palle fuori dalla scuola, da perfetti sconosciuti, che si avvicinvano con un pretesto qualunque, mi sferravano il colpo, e poi fuggivano in motorino.
Non so perché mi torna in mente tutto questo. Sarà che di Castelvolturno, di Baia Domizia, di Napoli, di Gomorra, se ne parla tanto in questo periodo. Sarà che quando si parla di andarsene, da Napoli, dall'Italia, mi sento coinvolto, e non posso non capire. Poi vedo video come questo, e mi amareggio, e penso che ormai è un mondo troppo lontano da me, che posso solo ricordare per quel che di buono e per quel che di marcio ci ho visto e vissuto, o che ho intuito, e che resterà sempre lontanissimo. Non è più la Napoli di Maradona, di Pino Daniele quando ancora cantava il blues in napoletano, di Troisi, della prima elezione di Bassolino, di tante speranze poi deluse. Eppure adda passà 'a nuttata, anche per la mia povera Napoli.
Era un'estate di quelle dei primi anni '90. Io ero piccolo, non ricordo quanti anni avrò avuto. Mio nonno era ancora vivo. Avevamo affittato una casa di villeggiatura a Mondragone, insieme alla sorella di mio padre, suo marito, e appunto mio nonno. Mia madre era così giovane che leggeva Cioè, se qualcuno se lo ricorda ancora. Mi mandava nell'edicola di fronte a casa a comprare gli Harmony e giornali di enigmistica, che però erano soprattutto per me. Avevamo ancora Cucciolo, il cane maltese della mia infanzia, capace di sbafarsi in cinque secondi una coppetta di gelato alla cassata, lasciando intatti tutti i canditi. Sulle spiagge ci trovavi ancora videogiochi come Street Fighter, o imitazioni, le macchine a gettone con quelle gomme rotonde e coloratissime, e i jukebox.
La villeggiatura, in famiglia, era tradizionalmente fatta nel casertano. La nostra unica villeggiatura fu appunto a Mondragone; ma nelle estati precedenti, e quelle seguenti, spesso andavamo nei weekend a Castelvolturno, dalla zia di mio padre, che affittava un villino a due piani che a noi, bambini, sembrava gigantesco, con quei soffitti altissimi, le ragnatele giganti negli angoli, e i ragni di dimensioni conseguenti, la terrazza e il giardino dove correvamo facendo giochi che ora non ricordo nemmeno più. Mia zia affittava ogni anno l'ombrellone al Lido Scalzone, sempre lo stesso. L'acqua era sporca, e dopo pranzo dovevamo sempre aspettare le quattro prima di poterci rituffare. Ricordo giornate in bicicletta con mio cugino, io seduto dietro sul portapacchi, scorrazzando tra la spazzatura della città alla ricerca delle lattine di Coca-Cola con le bandiere delle squadre partecipanti ai mondiali. Ora ricordo anche l'anno: il 1994. Sulla spiaggia i jukebox trasmettevano Non amarmi, Zombie dei Cranberries, Quattro amici, quel pezzone disco-country tamarissimo qualcosa-Joe, e, per mezzo di una mia monetina, Gira la palla di Felice Caccamo.
Ho un vago ricordo anche di altri amici dei miei, che invece avevano la casa di villeggiatura a Baia Verde, o Baia Domizia, non ricordo bene. Non troppo lontano, insomma. Già allora la strada chiamata Domiziana aveva una certa reputazione, e ne sentivo parlare in modo quasi censorio; non dovevo sentirne troppo. Zona di prostituzione forse, roba troppo forte per le mie orecchie di bimbo. Era agosto, io facevo domande sulle stelle cadenti sperando di vederne una, per chissà mai cosa chiedere poi, non mi pare ci fosse già una ragazzina all'epoca nei miei pensieri. C'era il Napoli all televisione, in qualche torneo estivo, con la Juve o il Milan di mezzo. Forse già si parlava di trasferirci al nord.
Una sera, quando eravamo di villeggiatura a Mondragone, passammo accanto ad un uomo morto per strada, e la polizia attorno. Mia madre, come sempre in queste situazioni, penso mi disse di non guardare. Ricordo che il telelgiornale diede la notizia il giorno dopo, un po' di sfuggita, parlando di motociclista ucciso da una pallottola vagante. Ricordo benissimo l'espressione pallottola vagante, testualmente, per il gioco di parole subito natone pallottola vacante. Parlavo molto più napoletanizzato di adesso, e pensavo che "scamazzare" fosse parola italianissima. Alla televisione c'era Jocelyn al pomeriggio con un suo quiz con chiamate da casa, e la sera c'era Mai dire banzai, e Bellezze al bagno, o un titolo simile, con l'ex giocatore Schnellinger tra i conduttori. Alla radio passava Raf con quella canzone dal titolo lunghissimo (Siamo soli nell'immenso vuoto che c'è), e forse Leone di Lernia con non so più quale fesseria. Il mio mondo erano i giocattoli dei Masters, che avevo portato con me, i gelati, gli scivoli. Mio zio Franco dormiva con la bocca aperta, e la cosa mi faceva ridere; nell'autoradio ascoltava sempre canzoni italiane degli anni Sessanta (Il tuo bacio è come un rock, Legata ad un granello di sabbia, Ventiquattromila baci, Sapore di sale, Il cielo in una stanza). Ci lanciava anche sempre lontano, in mare, con quella che lu chiamava la bomba di Saddam Hussein; spesso ho rischiato di annegare in qualche fosso troppo profondo per me. Non ho mai imparato a nuotare. Mio zio invece si è arricchito facendo le pizze fritte.
Quando lasciammo Napoli, e la sua periferia, fu per motivi di lavoro e non lavoro. Mio padre, dopo il fallimento della azienda per cui lavorava, potè scegliere tra cassa integrazione o assorbimento nelle Poste Italiane, un posto da statale quindi, ma con trasferimento. Ricordo bene che lui parlava spesso di emigrare in Australia, quindi non ebbe problemi ad accettare il trasferimento al Nord. Bologna, prima, un periodo interminabile in cui lo vedevo solo nel weekend, un periodo in cui lui dormiva dai preti, negli hotel economici, o in macchina (l'Hotel Duna di un titolista del Resto del Carlino). Poi non so come finì a Piacenza, e fu lì che tutti ci trasferimmo. Presi quel trasferimento con tanto entusiasmo, sognando i nuovi amici che avrei avuto, smanioso di vedere cose nuove. Non ero ancora stato toccato dal morbo del leopardismo (venne subito dopo, al nord, o meglio forse con l'adolescenza). Non avevo ancora tredici anni.
Napoli l'ho rivista per eventi occasionali: Natale e Capodanno, l'anno dopo il nostro trasferimento. Poi solo matrimoni, o funerali. In tredici anni sarò andato lì quattro o cinque volte. Ormai è metà della mia vita che ho passato via da Napoli.
I luoghi delle mie villaggiature di bimbo, invece, non li ho più rivisti. Li leggo nelle cronache, associati a morti, a stragi, a una spirale di sangue e indifferenza per questo sangue.
Ripenso a Napoli spesso, in questo periodo. Quando leggo i giornali. Quando c'è qualcuno che mi parla di Gomorra (il film). Quando leggo che Saviano vuole emigrare. Quando qualcuno mi dice che ha trovato Gomorra "bruttissimo" mi infurio. Quei posti, quella gente, li ho intravisti da bambino.
Mio padre, poi, è di Secondigliano. Per andare a casa di mio nonno passavamo sempre davanti alle Vele. All'epoca però i figli smarriti del mio parentado potevano avere per lo più problemi di droga, o di microcriminalità, tipo contrabbando, o ricettazione di mobili per rivenderli al mercatino. Nessuno che io sappia ha mai impugnato una pistola. Mi chiedo se a crescere in quei quartieri oggi avrebbero potuto davvero evitarlo, oppure no. Che mentalità avrebbero avuto. E mi chiedo anche come sarei cresciuto io se fossimo rimasti a Napoli. Come sarebbero cresciuti i miei fratelli, che frequentavano normalmente la scuola a Ponticelli, mentre io ero mandato, nonostante non ce ne fossero nemmeno i mezzi, dalle suore in centro, e dormivo a casa di mia nonna. Mi chiedo come sarebbero cresciuti i miei genitori: quando emigrammo al nord mia madre per esempio aveva trentadue anni. Non era scontato che sarebbe diventata la quarantenne che è adesso. Sotto casa mia organizzavano corse clandestine di automobili, che vedevo correre dalla finestra, e il parco di fronte casa, poco dopo essere stato inaugurato divenne zona riservata dei drogati, e trovavi siringhe per terra molto più di quante ne abbia mai viste in seguito nella mia vita.
La prima volta che sono emigrato è stato a dieci anni. Sono emigrato dalla scuola elementare che frequentavo a Ponticelli a una scuola privata a Napoli che porta lo stesso nome di un carcere, Regina Coeli. Emigrai per colpa dei bulli e del mio carattere incline alla rabbia furibonda, e su consiglio dei maestri. Poi sono emigrato a Piacenza, con i miei. Recentemente mi sono trasferito a Parigi, che non è un emigrare piché è una scelta, ma è un altro allontanamento. Napoli è cambiata, e io non oso tornare a guardarla. Conservo il mio ricordo dei bassi accoglienti in cui abitavano vecchi che sembravano inchiodati alla stessa sedia da sempre, televisioni accese e odore di sugo cucinato con la nzogna proveniente dalla cucina. Ne conservo anche molti di negativi, ma tutto si relativizza. All'epoca mi sembrava normale che mia madre mi chiedesse di andarle a comprare le sigarette dal contrabbandiere giù alla via; avrò avuto nove, dieci anni. Andavo in quinta elementare e alcuni miei compagni di classe già avevano fumato una sigaretta, altri, ripetenti tredicenni, uscivano tranquillamente a comprarne appena finita la scuola. La mia altezza fu sempre oggetto di scherno e derisione e fonte di furti di zaino che poi veniva fatto volare dalle mani di un compagno a quelle di un altro, con io che saltavo pateticamente, in mezzo, senza poterlo mai raggiungere.
Arrivammo a Piacenza in un giorno di ottobre, pchi giorni prima di un Piacenza-Napoli 0-1 risolto da una punizione di André Cruz, che io vidi dalla curva del Galleana, da dietro la porta. A settembre mia madre mi iscrisse inizialmente in terza media nella classe della nostra sciagurata periferia. Penso di averle prese (spesso senza ragione) e date in quelle tre settimane più che nel resto della mia vita. Sopravvivenza. In classe mi guardavano come una specie di cosa divertente, secchione che non parla napoletano, che ha fatto la scuola dalle suore, piccolo e occhialuto e timido. Poi mi rispettarono quando dimostrai di conoscere tutti i calciatori delle serie A, e di saper colpire discretamente il pallone in rovesciata. Me ne facevano fare anche in classe, e io non mi tiravo indietro; il pallone in aria, davo il mio spettacolo acrobatico facendo rimbalzare il pallone contro i muri dell'aula. Salvo poi farmi prendere a calci nelle palle fuori dalla scuola, da perfetti sconosciuti, che si avvicinvano con un pretesto qualunque, mi sferravano il colpo, e poi fuggivano in motorino.
Non so perché mi torna in mente tutto questo. Sarà che di Castelvolturno, di Baia Domizia, di Napoli, di Gomorra, se ne parla tanto in questo periodo. Sarà che quando si parla di andarsene, da Napoli, dall'Italia, mi sento coinvolto, e non posso non capire. Poi vedo video come questo, e mi amareggio, e penso che ormai è un mondo troppo lontano da me, che posso solo ricordare per quel che di buono e per quel che di marcio ci ho visto e vissuto, o che ho intuito, e che resterà sempre lontanissimo. Non è più la Napoli di Maradona, di Pino Daniele quando ancora cantava il blues in napoletano, di Troisi, della prima elezione di Bassolino, di tante speranze poi deluse. Eppure adda passà 'a nuttata, anche per la mia povera Napoli.